Perché il titolo Danza di Shiva?

Si tratta di una metafora. 

L’interazione e la sovrapposizione di diverse frequenze luminose (colori) finisce per produrre delle forme visibili su una superficie. È, per così dire, una “danza di fotoni”, una danza di “creazione” della forma. Il risultato ci costringe, quasi ci forza, a dare un nome a ciò che

vediamo. Questo crea attrazione nell’occhio di chi guarda e le forme risultano più affascinanti di quelle che conosciamo attraverso l’arte astratta; come se fossero forme appena nate dal caos e in cammino per diventare oggetti.

I soggetti dei quadri , non sono frutto di fantasia ma sono frammenti molto piccoli di oggetti reali, generalmente di uso comune, colti (molto rapidamente) in condizioni di luce particolari. Tali immagini normalmente sfuggono alla nostra attenzione perché l’oggetto su cui appaiono va VISTO e non GUARDATO.

La differenza è questa: quando si “guarda” si vede quello che si pensa (di vedere) quando si “vede” non si pensa (anzi non si deve pensare) e allora si coglie tutta la bellezza di quello che ci circonda.

I nostri sensi ci servono per operare nel mondo. Per questo quando guardiamo (ascoltiamo, annusiamo, etc.) pensiamo e diamo nomi, distinguiamo caratteristiche, creiamo categorie e così via. Tutto ciò è indubbiamente utile e necessario. Ma se vogliamo davvero “sentire” una persona o “vedere” un quadro la nostra testa deve starsene zitta. È la persona, è il quadro che parla, non interferiamo (almeno per un pò).